L'esistenza di mulini nella valle del torrente
Sansobbia, a monte di Albisola, è attestata già in documenti del
XII secolo. Erano mulini da cereali appartenenti all'abbazia di
San Quintino di Spigno quali pertinenze delle chiese di Santa
Maria e di San Salvatore di Ellera. Tra la fine del XVI secolo e
l'inizio del XVII alcuni mulini vengono adattati alla macinazione
di vernici e colori destinati alle fabbriche di ceramiche. Il più
antico mulino da colore è quello "delle Chiappe", che
è registrato nel catasto del 1612 in capo a Nicolo Isola,
proprietario di un "edifìcio da vascelami" in Albisola
Marina. Segue nel 1640 un edifìcio per macinare colori allestito
nel complesso dei "molini d'alto" di proprietà di
Gaspare Isola. Nel 1672 si ha notizia di un mulino da colore nel
cosiddetto "prato di Ellera". E' il mulino detto
"di Gallò" dal soprannome dato ad un ramo della
famiglia Rossello che ne era proprietaria. Ma l'incremento più
massiccio dei mulini da colore lo si registra attorno alla fine
del XVIII secolo con l'entrata in funzione di ruote da colore nei
due mulini del centro di Ellera appartenenti l'uno alla Compagnia
del suffragio delle anime della parrocchia di San Bartolomeo,
l'altro per metà ad un ramo della famiglia Rossello e per metà
alla Compagnia del rosario. Ancora ai Rossello apparteneva il
piccolo mulino "del Campasse" che attingeva acqua dal
rio di Montegrosso, risultante come mulino da colore nel catasto
della Repubblica Ligure del 1799. Risale probabilmente a questo
periodo anche l'installazione di una ruota da colore nell'antico
mulino "di Marrone" a monte di Ellera, già citato nel
1612 come mulino da grano, e l'analoga operazione compiuta nei
mulini "dell'Olmo", noti già dal catasto del 1569.
Nello stesso periodo, cioè quello della Repubblica ligure, il
territorio di Ellera, dai mulini "dell'Olmo" ai confini
con Stella, si stacca da Albisola Superiore e costituisce un
comune a sé, che vivrà come tale sino al 1931 per ricongiungersi
quindi nuovamente al capoluogo. Nel corso dell'Ottocento vengono
attivati due nuovi mulini da colore, entrambi a monte di Ellera,
quello "di Remenùn" della famiglia Codino e quello
"di Barbàn", il più settentrionale, di un ennesimo
ramo della famiglia Rossello, quindi dei Salvo. Fu anche, per un
certo periodo, un mulino da colore quello, costituito da due
piccoli edifìci gemelli tra i quali era sistemata la ruota e che
era chiamato " mulino di Bensìn", che fu poi utilizzato
per produrre la prima energia elettrica fornita all'abitato di
Ellera. La macinazione del piombo, ultimo prodotto fornito dai
mulini di Ellera alle fabbriche di ceramica di Albisola, cessa
attorno al 1930, quando chiude il mulino di Gallò, che viene
trasformato in segheria. La valle di Ellera è caratterizzata dai
mulini e dai lunghi canali, o "beudi", che portavano
l'acqua prelevata dal torrente ad azionare le grandi ruote in
legno fissate all'esterno dei mulini. Il movimento impresso dalla
cascata d'acqua alla ruota veniva trasmesso, attraverso la parete,
ai meccanismi di macinazione posti all'interno. Alcuni mulini sono
serviti da un proprio "beudo", altri sono collegati tra
loro in un complesso sistema di canalizzazioni che, per servire i
mulini dell'una e dell'altra sponda, attraversava varie volte il
torrente Sansobbia a mezzo di tronchi d'albero scavati, per
terminare ad Albisola Superiore, dove veniva utilizzato per
l'irrigazione degli orti. Purtroppo l'alluvione del settembre 1992
ha arrecato ai mulini di Ellera danni irreparabili, distruggendo
le dighe che sbarravano il corso del Sansobbia per fornire l'acqua
ai "beudi" e, in alcuni casi, i "beudi"
stessi, provocando la scomparsa di un ambiente di acque e
vegetazione di rara bellezza.
Durata escursione: 2
ore circa Interesse: Storico-Artistico. Dalla prima metà del
XVII secolo si svilupparono, nella zona di Ellera, mulini che
macinavano i materiali per la preparazione delle vernici per la
ceramica (tali mulini rimasero attivi sin verso il 1930). Nei
testi del censimento dei mulini da parte del prefetto
Chabrol si parlava di 18 mulini ad acqua destinati alla
preparazione di vernici, ma forse il prefetto parlava di ruote
da colore, poiché dai documenti ritrovati risultano, nel
territorio di Ellera, solamente 10 mulini: 1 Mulino
dell’Olmo; 2 Mulino delle Chiappe (si legge Ciappe) ; 3 Mulino
d’Alto; 4 Mulino del Gallò; 5 Mulino del Suffragio (Ristorante);
6 Mulino del Rosario o del Beo (Ristorante); 7 Mulino del
Campasso; 8 Mulino di Remenun; 9 Mulino di Marone; 10 Mulino di
Barban. Curiosità: I Beudi (o Bei in dialetto) erano canali di
legno, poi rifatti in cemento, lunghi anche diversi chilometri,
che scorrevano con una leggera pendenza rispetto al fiume
che affiancavano. Il dislivello provocava la caduta
dell’acqua in cascata sulla ruota del mulino per metterla in
movimento. Le Pietre o Macine erano di due tipi: quelle fisse o
dormienti (poste sotto e lisce) e quelle di movimento o attive
(poste sopra e, a volte, a spicchi). Le macine da
grano, di pietra giallastra, erano larghe e piatte, abbastanza
sottili; le macine da piombo, in pietra grigia, erano più
massicce, con lo stesso diametro, ma più spesse.